Tra i crescenti rischi politici che interessano l’Europa, potrebbero aumentare nelle prossime settimane i timori per una possibile “Brexit”. In seguito all’annuncio del Primo Ministro David Cameron, che ha indetto il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea per il prossimo 23 giugno, una figura politica molto influente come il sindaco di Londra Boris Johnson si è unita, insieme a sei ministri, alla schiera dei “Leave” (coloro che auspicano un’uscita dall’UE). Mentre Cameron garantisce che la Gran Bretagna sarà «più sicura, più forte e più prospera in un’Europa riformata», gli argomenti in mano al fronte favorevole all’uscita sono: «riassumere il controllo politico, incrementare gli scambi commerciali e risparmiare per i cittadini». Alla fine della scorsa settimana, i sondaggi registravano ancora un’alta percentuale di indecisi (15%) e una lieve maggioranza di elettori a favore della permanenza del Paese nell’Unione Europea.

Tra i fattori di rischio Brexit indichiamo, in particolare, l’indebolimento della sterlina, il calo della crescita e un aumento dei premi di rischio sugli asset britannici legato alle incertezze in ambito normativo.

  • Per quanto riguarda l’indebolimento della sterlina, l’aspetto chiave per la moneta è costituito dall’ampio squilibrio del Regno Unito con l’estero. Il deficit delle partite correnti è in crescita dal 2009 e si attesta attualmente al 4,7% del PIL (che è finanziato dal flusso degli investimenti diretti esteri e di portafoglio). Nell’eventualità di un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, la brusca riduzione del tasso di cambio potrebbe avere come effetto un calo del disavanzo delle partite correnti. In uno scenario ribassista, la parità EUR/GBP è un’ipotesi ragionevole su cui lavorare. In questo contesto, il cambio EUR/GBP a 0,78 indica che per il mercato Forex la probabilità di Brexit è attualmente del 20%. L’indice azionario FTSE100, orientato alle esportazioni (22% di esposizione alle vendite verso il Regno Unito e 78% verso il resto del mondo), sta beneficiando di una sterlina più debole, ma potrebbe risentire anche dei possibili costi dell’uscita del Regno Unito dall’UE qualora le probabilità di Brexit dovessero aumentare.
  • Non esiste un’opinione condivisa su quale effetto potrebbe avere l’uscita del Regno Unito dalla UE sulla crescita britannica. Candriam prevede un effetto negativo sulla crescita, che potrà essere mitigato da una probabile riduzione del tasso di cambio. Sappiamo che l’Unione Europa è economicamente più importante per il Regno Unito di quanto non sia viceversa: le esportazioni britanniche verso l’UE corrispondono a circa il 13% del PIL del Paese, mentre le esportazioni dell’UE verso il Regno Unito corrispondono ad appena il 3% del PIL della regione. Inoltre, la maggiore incertezza politica e l’accresciuta volatilità dei mercati finanziari in seguito a una possibile uscita del Paese dall’UE potrebbero incidere in maniera negativa sul moltiplicatore del PIL britannico.
  • L’aumento dei premi di rischio britannici legato alle maggiori incertezze politiche e normative potrà ripercuotersi sui mercati obbligazionari attraverso una fuga di capitali. Gli investitori esteri forniscono il contributo principale per i titoli di Stato del Regno Unito dopo la Bank of England, con un incremento delle partecipazioni nette pari a 268 miliardi di sterline dal 2007. Nel complesso, esiste un rischio di pressione al rialzo sul rendimento dei Gilt, che tuttavia sarà probabilmente mitigato dal conseguente indebolimento della crescita e dalle possibili iniziative di allentamento/acquisto della Bank of England.

La questione ancora aperta riguarda l’accesso al mercato unico europeo nell‘eventualità di un’uscita del Regno Unito dall’UE. La Svizzera e la Norvegia rappresentano due esempi di Paesi che non fanno parte dell’UE con un grado diverso di accesso al mercato unico. Nel complesso, tuttavia, il loro accesso risulta inferiore a quello di cui gode attualmente il Regno Unito. Infine, l’accesso totale al mercato unico europeo implica il rispetto della maggior parte delle norme comunitarie (“barriere non tariffarie”) senza possibilità di voce in capitolo. Il dibattito dei prossimi mesi si concentrerà probabilmente su questo punto per fornire chiarimenti sulle questioni commerciali.