Il primo fattore da esaminare, e il più affidabile, è che l’oro è inversamente correlato ai tassi d’interesse reali americani, e in modo relativamente stabile nel tempo. Avendo tali tassi registrato una leggera diminuzione da inizio anno, essi hanno efficacemente giocato il proprio ruolo di sostegno al prezzo dell’oro. Perché i tassi mantengano la tendenza ribassista, l’economia americana dovrebbe entrare in un periodo di recessione, scenario che non si può escludere, ma che non è per noi quello più plausibile; prevediamo, piuttosto, una ripresa. Il prezzo dell’oro non dovrebbe quindi più beneficiare di alcun sostegno. Il rischio che esso crolli, tuttavia, è ugualmente limitato. Perché ciò si verifichi, sarebbe necessario un forte rialzo dei tassi di interesse americani. Questo supporrebbe un’economia che giri a pieno regime, scenario che, attualmente, non è manifestatamente preannunciato dai mercati.
Un secondo fattore è l’evoluzione del dollaro: alla forza della valuta americana è generalmente associata la debolezza del prezzo dell’oro e viceversa. Se, come prevede il nostro scenario di base, la valuta americana si stabilizzasse nel 2016, questa evoluzione non dovrebbe avere alcun impatto sul prezzo del metallo prezioso. Ciò detto, poiché l’evoluzione della valuta americana dipende innanzitutto da quella dei tassi reali, ritorniamo al nostro primo fattore determinante.
L’oro è considerato un bene rifugio per eccellenza nei periodi di crisi. In realtà, questo è vero solo in parte. Durante tutta la recente fase di ribasso del prezzo dell’oro, l’Europa ha conosciuto alcune fasi di grave crisi che non hanno però avuto effetti considerevoli sull’evoluzione del metallo prezioso. Questo non è stato il caso, ad esempio, della crisi greca.
Soltanto quando le incertezze geopolitiche si ripercuotono sui mercati azionari, trascinandoli in una fase di correzione, l’oro gioca un ruolo di protezione: contrariamente agli asset rischiosi, esso rimane stabile o registra un leggero rialzo. È ciò che osserviamo in questo inizio di 2016. Ma tale effetto è, generalmente, soltanto temporaneo e non si riscontra in tutte le crisi.
Nel settore delle materie prime, il rapporto tra domanda e offerta è generalmente un indicatore importante per ciò che concerne le prospettive di evoluzione dei prezzi. Per l’oro, l’impatto di questo rapporto è marginale. In primo luogo, la produzione non rappresenta che una piccola frazione delle riserve auree disponibili nel mondo. Secondo i dati del World Gold Council, queste riserve ammontavano a 183.600 tonnellate alla fine del 2014, quando invece la produzione del medesimo anno è stata pari a 4.400 tonnellate (4.258 tonnellate nel 2015). Per il 2016, le previsioni fanno affidamento su una produzione stabile. A più lungo termine, alcuni analisti contano su una tendenza al ribasso della capacità di produzione, ma si tratta di un determinante molto marginale dell’evoluzione dei prezzi.
La domanda è rimasta praticamente invariata tra il 2014 e il 2015, pur avendo registrato un rialzo del 4% nel IV trimestre 2015, supportato da un aumento della domanda da parte delle Banche Centrali e degli investitori. Questi ultimi giocano un ruolo sempre più importante, in particolare da quando sono stati creati gli ETP sull’oro. Si acquista e si vende l’oro in base al «feeling» che si prova. E, poiché la creazione di ETP sull’oro comporta automaticamente un acquisto di metallo nobile, si crea una spirale al rialzo o, nel caso contrario, al ribasso. Inoltre, per proteggere il proprio portafoglio, è meglio preferire all’oro strategie ben diversificate che si possono orientare in modo più o meno difensivo.
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